Nel post riguardante l’intelligenza relazionale, ho fatto cenno a un tema importante:
la buona capacità di relazione.
La buona capacità di relazione, con un termine un po’ più “scientifico” può essere definita abilità interpersonale.
In ambito professionale, ma anche in quello sociale o privato, succede che, a fronte di problematiche da risolvere, richieste e priorità da rispettare, veniamo sottoposti a stress e tensioni che se non vengono gestiti nel modo corretto, possono creare ulteriori problemi di rapporto e di relazione con chi interagisce con noi (colleghi, amici, parenti, ecc.).
Lo stress, di per sé è una risposta normale agli stimoli esterni, l’importante è saper usare e gestire lo stress come energia positiva da sfruttare proprio per raggiungere gli obiettivi che creano stress!
Ad esempio l’abilità interpersonale, può aiutare molto, soprattutto in ambito professionale, a gestire lo stress di un team.
Infatti secondo Karl Albrecht, ci sono due tipi di comportamento verso gli altri che possiamo utilizzare:
Comportamento con effetto psicologicamente nocivo
Comportamento con effetto psicologicamente energetico
In poche parole essere “nocivi” significa determinare negli altri una sensazione di rabbia, di impotenza, di frustrazione, di inadeguatezza.
Questo è il classico caso di quei team leader, quei manager che utilizzano sistematicamente la loro posizione, il loro potere per imporsi, e per indurre i loro collaboratori a fare quanto richiesto, instaurando un clima di “paura” e di “terrore”.
E seppure tale approccio sul breve periodo, porta a dei risultati (pensa ad esempio ad una squadra di venditori), capita spesso che il clima tra i colleghi diventi pessimo, si comincia a fare solo ed esclusivamente quello che vuole il “capo”, e il rapporto tra collaboratore e capo si inaridisce con la conseguenza che il collaboratore non porta più alcun contributo al suo lavoro e perde di capacità proattiva.
Tutto questo seppur torna a vantaggio del manager, non fa crescere le risorse e crea un clima aziendale deleterio.
Il risultato di tale approccio, spesso è un impoverimento del fattore umano all’interno dell’azienda.
Altro caso è invece quello dell’effetto energetico.
Essere “energetici” significa determinare negli altri la sensazione di essere stimato, rispettato e affermato. Non solo, una persona “energetica” consiglia i propri collaboratori con competenza.
Ritornando all’esempio dell’azienda, questo è il caso di quei manager che sanno motivare le persone, mettendo in risalto le situazioni positive e che sanno correggerle in caso di comportamenti errati.
Il manager che utilizza un comportamento “energetico” sarà in grado di creare un clima aziendale positivo e riuscirà ad ottenere il meglio dai propri collaboratori, a tutto vantaggio suo, degli stessi collaboratori e dell’azienda.
Una visione di questo tipo, permette di lavorare molto più a lungo termine, instaurando un circolo virtuoso tra manager e collaboratori, dove tutti si sentono responsabilizzati e coinvolti per un obiettivo comune.
Adottare un modello “energetico” rende il manager stesso e i collaboratori molto più efficaci nel loro lavoro e nella relazione con gli altri; e i comportamenti “energetici” sono indice di una elevata intelligenza relazionale!
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